“Il mondo in sintesi” di Cosimo Accoto: ipotesi per una critica della ragion sintetica

Federico Bo
4 min readNov 2, 2022

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Ormai quasi quarant’anni fa, durante una lezione di filosofia al liceo, feci un’affermazione perentoria: “L’artificiale non esiste!”. Il mio professore, un po’ stupito, mi chiese di argomentare quel concetto. Spiegai che visto che gli esseri umani sono il prodotto dell’evoluzione, qualsiasi cosa da loro creata è un prodotto dell’evoluzione, quindi naturale.

Lo storico della tecnologia George B. Dyson, del resto, si è espresso nel suo ”L’evoluzione delle macchine” (Raffaello Cortina Editore, 2000) in questi termini: ”La natura, nel suo smisurato affetto per la complessità, ha iniziato a reclamare come sue le nostre creazioni.”

La capacità dell’uomo non solo di indagare la realtà ma di “aumentarla”, amplificarla con le sue creazioni mentali e fisiche mi ha sempre affascinato. Negli ultimi decenni questa attitudine si è spinta oltre, da un lato verso una biologica sempre più sintetica (OGM, creazione di moduli cellulari e di biorobot, carne sintetica) dall’altro verso la ridefinizione (o ricostruzione) della realtà attraverso il digitale.

Cosimo Accoto, filosofo-tecnologo, da anni ragiona sui temi legati alle tecnologie e alla progressiva digitalizzazione del mondo. Dopo “Il mondo dato” (Egea, 2017) e “Il mondo ex machina” (Egea, 2019) è arrivato “Il mondo in sintesi” (Egea, 2022), che vuole indagare, in maniera non organica ma puntuale, la trasmutazione in atto che sta riprogrammando la realtà.

La computazione è passata da mera operazione matematica, sia pur iper-veloce, a demiurgo che sa generare altri mondi e ri-generare il nostro. La macchina “è divenuta simulativa e mimetica del mondo”, permette di fare esperimenti e di conoscerlo senza operarci. È — tornando all’evoluzione -un salto di livello rispetto al pensiero umano, che ci ha permesso di progredire, di andare oltre, mandando a morire le ipotesi al posto nostro.

Prendiamo i digital twins, le controparti digitali di strumenti, apparecchiature industriali, infrastrutture, intere città: non sono solo un surrogato di artefatti fisici da sottoporre a test per valutarne reazioni, punti di rottura, ciclo di vita; non sono più solo un supporto decisionale ma dispositivi di automazione delle decisioni. Strettamente collegati — praticamente in “entanglement” — alla loro controparte fisica da un costante flusso di dati costituiscono un sistema a retroazione in grado di auto-monitorarsi, farsi riparare (o auto-ripararsi), evolvere e avvertire del prossimo, fatale guasto.

Il flusso di dati, però, ha un difetto che a prima vista appare inesplicabile: non è sufficiente. Anche se in continuo aumento — grazie a miliardi di misure, sensori, dispositivi IoT gli algoritmi di Intelligenza Artificiale — le reti neurali, il machine/deep learning ne richiedono sempre di più per addestrarsi e fornire le risposte che vogliamo. Di qui la necessità di simulare anche i dati, di crearne di sintetici, che abbiano le stesse proprietà statistiche dei dati reali.

E che ci facciamo con tutta questa simulazione? Accoto osserva che “che la dimensione originaria del virtuale non è la simulazione, come si assume di solito, ma la potenzialità. È ciò che può venire a essere, la potenza latente di una cosa. Non è l’illusorietà della copia simulata, ma la dimensione di possibilità inerente a tutta la realtà. In questo senso allora diremmo che il futuro dispiega una pluralità di mondi a venire.” Pluralità di mondi, ovvero metaverso.

Metaverso. Questo significa — sintetizzando (non poteva essere altrimenti) all’estremo — che saremo costantemente “dentro” internet piuttosto che avervi accesso.

Un’internet volumetrica e non più solo reticolare è fatta di identità digitali auto-sovrane (non solo avatar), di mercati e servizi a consenso crittografico (non solo token infungibili), di tecnoecologie transazionali more-than-human (non solo tra umani, non solo direct-to-avatar).

Accoto esplora le possibili dinamiche che potranno avere luogo in questa nuova savana, i nuovi modelli di business che le imprese potranno adottare e le nuove forme che esse potranno assumere: grazie a blockchain, smart contract, NFT, “dall’impresa che costruisce contratti all’ impresa che è costruita da contratti; da un’organizzazione emersa per fare contratti a un’organizzazione emergente fatta dai contratti.”

Ma soprattutto lo studioso traccia possibili linee d’indagine e d’azione per guidare l’evoluzione “etica” dei mondi virtuali: “ambienti oggi popolati soprattutto da virtual avatar esteticamente colorati e divertenti, certo, ma non ancora abitati da digital citizen politicamente e socialmente consapevoli e potenziati.

Il concetto di esseri umani come araldi della nuova evoluzione, dicevamo. Accoto si concentra anche sulla biofabbricazione: dalla carne sintetica, che ridefinisce il termine “onnivoro” ancor più che “carnivoro”, allo xenobot, “un organismo pluricellulare semi-sintetico programmato e progettato computazionalmente (con simulazioni) e realizzato biologicamente assemblando cellule di rana (xenopo).” Insieme alle tecniche di editing genetico come la CRISPR, queste tecnologie viventi o vite tecniche ci obbligano a rielaborare profondamente la nostra etica per adattarsi a questo ulteriore (ri)terraformazione.

Il libro, ideale completamento di una trilogia delle tecnologie contemporanee, tiene fede alla “sintesi” intesa sia come esplorazione che compendio delle simulazioni in atto e in potenza. Con la lettura arriva lo sprone all’approfondimento dei vari temi e soprattutto un invito a una personale “critica della ragion sintetica”.

Originariamente pubblicato sull’Osservatorio Metaverso

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Federico Bo

Computer engineer, tech-humanist hybrid. Interested in blockchain technologies and AI.